L’imperatore di Roma (Nico D’Alessandria, 1988)

 

Roma è la città dei gatti, crogiolanti sotto il sole della Capitale o randagi tra le antiche pietre.

Nico D’Alessandria (1941/2003, Roma) è stato un regista praticamente ignoto al suo tempo, davvero a zero budget, di infimo successo. Solo di recente è stato riscoperto e portato in dvd questo suo notevole “L’imperatore di Roma”, storia di un irredento tossicodipendente, Gerry Robertini, paradigma di ciò che è stata la dipendenza dall’eroina negli anni del Garofano.

“L’imperatore di Roma” si rifà chiaramente ad “Accattone” di Pierpaolo Pasolini, raccontando un’Italia che il regista bolognese non ebbe tempo di vedere. Gerry, come fece Pasolini con Accattone, viene amato da D’Alessandria. Senza giudicare, senza fare morali, senza riabilitare, senza farlo passare come vittima della società o giustificare niente e nessuna delle sue malefatte. Amato per quello che è, droga o meno.

D’Alessandria si fa dare in affido un vero eroiomane alcoolista, Gerardo Sperandini, figura dotata di carisma, inconsapevole ribelle del riflusso degli Ottanta. Un uomo solo, un gatto, il padrone della città vuota. Il regista segue le gesta di questo perdente filmandole in bianco e nero, dapprima senza audio, poi, intravista la possibilità di una distribuzione un po’ più decente, doppiando le lebiali dagli stessi protagonisti.

E’ un difetto neanche tanto piccolo questo ma bisogna tenere conto che stiamo parlando di un film fatto in ristrettezze e difficoltà; e questo problema viene abbondantemente superato dalla capacità insuperata, di D’Alessandria di filmare la verità.
Sì Gerry è un mascalzone, sfrutta i genitori, non ne vuol sapere di uscire dalla droga, rifiuta le cure, ruba, beve. Un figlio di puttana: “Io nun so ttu fjo, so er canaro bianco, detto fjo de na mignotta, er mejo killer de New York”.

Così udiamo venire dalla finestra illuminata di casa Robertini; mentre il povero padre lo maledice per ciò che combina Gerry risponde con un mondo alternativo, dove è signore e padrone. Gerry gira senza meta, beve il caffè con una puttana e parla della droga, quella buona e quella da evitare (“Aho, nun te fa mai de anfetamina”); ascolta “The narrow way” dei Pink Floyd in camera e ride mimando le schitarrate di Gilmour; fa l’amore con una pischella e poi si mandano a vaffa. Mette sul jukebox di un bar “Il veliero” di Battisti e fa la corte a delle ragazzuole e vomita; va col padre per un colloquio in un centro di assistenza e poi scappa.

Telefona a casa dell’ex ragazza, con figlio a carico, perchè ha nostalgia di loro. In una notte insonne, le scrive una lettera d’amore. Indubbio che con loro sarà stato un gran fio de na m…, ma in quel momento sente che ha bisogno di provare qualcosa di vero per qualcuno. Si spoglia nudo e gira per Roma e lo rinchiudono. “Professore, aiutami”, “infermieri, slegatemi” ripete alla nausea. Crisi d’astinenza ma anche desiderio di essere libero, libero come un gatto. Il “Professore” (un giovane reso cretino dall’alcool) lo libera e Gerry ritorna ad essere Gerry; anche più di Gerry di prima. Il felice delirio di Gerardo si svolge in una notte e una mattina: vaga per Roma e se ne sente padrone. Trova delle macerie di un cantiere e immagina che stia rifondando la città. Trova dei saccopelisti e per lui sono i suoi guerrieri che riposano prima della Grande Rifondazione dell’Impero. Poi ha fame. Gerry è un tossico che scopa e mangia; è vitale. Entra in un pulmann turistico, trova un panino ma viene colto in flagrante, fermato. Gli mettono la faccia nella merda di cane. Ecce homo.

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